Storie di lavoro, innovazione, futuro: comunicazione, passione e libertà. Intervista a Vito Verrastro

Storie di lavoro, innovazione, futuro: comunicazione, passione e libertà. Intervista a Vito Verrastro

Quest’oggi per la rubrica del blog GioDiT, #InTalk: Arti e Mestieri nell’era del web… andremo ad esplorare i cambiamenti in atto nel mondo del lavoro per scoprire come proporsi in modo vincente e con spessore, in uno scenario di “permacrisi” e in costante mutamento in cui a far da padrone sono i social, ormai immancabili, e l’Intelligenza Artificiale, recentemente è stato anche emanato a livello europeo l’AI Act. Ma tra presente e futuro, volgiamo anche lo sguardo al passato per celebrare i 100 anni della radio in Italia, e i 70 anni della televisione.

Scatteremo una panoramica a 360 gradi sul giornalismo, la comunicazione, il career coaching, il PNRR che supporta gli ITS e tante perle che concatenate l’una all’altra vanno a costituire una consulenza psicologica e di carriera, davvero unica.

Non mancano le parole di motivazione che il nostro ospite d’eccezione ci regala per non mollare mai e andare avanti con grinta e coraggio anche nei momenti di incertezza pura e quando si è preso uno scivolone da cui si fatica a rialzarsi, ma anche le “bucce di banana” possono trasformarsi nell’aiutante della nostra storia per aprirci nuovi scenari inediti.

Il nostro ospite ci porterà all’esplorazione del mondo esterno e ci guiderà nel viaggio nel nostro io interiore, alla scoperta dell’autoconsapevolezza… dopo l’antipasto social, con la video-intervista teaser, ecco il “banchetto luculliano”.

Vito Verrastro è un caro collega dal talento indiscusso e dalle capacità comunicative poliedriche che riesce ad ammaliare con la sua eloquenza scritta e parlata per raccontare in modo professionale e attraverso la contaminazione di generi e linguaggi, i cambiamenti della nostra società con un focus sul mondo del lavoro, della comunicazione e dell’innovazione.

Passo la parola a Vito Verrastro, direttamente dalla Basilicata, ma “cittadino” del mondo con un passato a RDS (Radio Dimensione Suono), che si racconterà per illuminarci la via… dedicato a ragazzi, imprenditori, giornalisti, a chi innova e resiste, a chi insegue tenacemente le sue passioni, e a tutti coloro che vogliono re-inventarsi, ma anche per i curiosi.

Con Lavoradio racconti il mondo del lavoro e la sua evoluzione, i trend e la richiesta di nuove skill. Parlaci di questo progetto editoriale, come nasce, come è cambiato nel tempo.

Lavoradio nasce nel 2012 da un atto di “ribellione gentile”, come spesso mi capita. Ero con i miei due figli, preadolescenti, di fronte ad un telegiornale con notizie sempre troppo negative dal fronte del lavoro. Volevo dire loro, ma non soltanto ai miei ragazzi, che quella era una parte di verità, e che esistevano tante altre notizie positive, ma da questi canali mainstream non passavano quasi mai. E allora, come strumento di servizio, ho creato un format radiofonico in cui poter raccontare opportunità, nuove professioni, tendenze e testimonianze da parte di chi si metteva in gioco: volevo generare un amplificatore di esempi per tanti, giovani e meno giovani, che allora iniziavano a masticare l’inizio di quella che negli anni si sarebbe battezzata una “permacrisi”. 

Per nove anni la programmazione è stata settimanale e il format è stato adottato e trasmesso da oltre 20 radio in 9 regioni italiane. Poi, un po’ per vicende personali, un po’ perché il lavoro è aumentato (mentre Lavoradio l’ho sempre concepito come uno strumento di giving back, in forma volontaria e gratuita) la cadenza si è diluita. Ora, da trasmissione radiofonica, è diventato un format che esplora la dimensione del video e quella del podcast, su cui mi concentrerò nei prossimi anni, aprendo a collaborazioni con organizzazioni che abbiano i miei stessi valori come ASNOR, l’Associazione Nazionale Orientatori, di cui faccio parte. 

Oggi, più che mai, c’è l’esigenza di offrire strumenti utili di indagine rispetto ai cambiamenti degli scenari del mondo del lavoro, ma anche e soprattutto alla conoscenza di sé e alle competenze da allenare in termini di occupabilità, il nuovo paradigma con cui ragionare. E occupabilità, per me, significa lavorare continuamente su se stessi per rimanere appetibili ad un mercato del lavoro che cambia velocemente.

Sei un fautore del giornalismo costruttivo: che cos’è nel concreto?

Come si comprende, tante nostre speranze dipenderanno, più che dall’età, dal fattore “mentalità”, e questa va costruita giorno per giorno, anche attraverso quelle informazioni che ci diano esempi e stimoli positivi. 

Si tratta di una corrente del giornalismo che prende origine dal Solution Journalism statunitense. In pratica, invece di diffondere prevalentemente notizie negative, polarizzanti o spettacolarizzate, come possiamo facilmente osservare, leggendo un quotidiano o guardando un tg su una rete nazionale, il taglio della notizia parte dal problema, inquadrandone il contesto, per poi aprirsi a vari punti di vista andando ad analizzare i processi in atto (chi si sta adoperando per provare a risolvere quel problema? Dove sta accadendo? Quali sono i risultati? E quali i limiti di queste pratiche?) per poi indicare delle soluzioni possibili. Tracciare degli orizzonti di possibilità significa avere l’obiettivo di infondere fiducia, speranza, futuro, invece che lasciare il pubblico in preda alla paura, alla frustrazione e alla disillusione di non poter far nulla di fronte ad una problematica. 

La nostra è una missione difficile, forse utopistica, ma ci proviamo. Dico nostra perché il Constructive Network, il primo gruppo di giornalismo e comunicazione costruttiva in Italia, ad oggi conta oltre 200 professionisti iscritti. Abbiamo realizzato un Manifesto, una Carta etica, un magazine e facciamo tanta formazione sia ai professionisti che alla gente comune, ormai stanca di un’informazione “tossica”, quella che ci fa davvero male. Basti pensare che secondo una ricerca sviluppata ad Harvard, la sola esposizione mattutina per tre minuti ad un notiziario pieno di cattive notizie condizionerebbe del 30% la possibilità che la nostra giornata prenda una piega negativa!

C’è da lavorare tanto sulla nostra dieta mediatica, quindi con i colleghi del network proviamo a diffondere l’idea che c’è sempre un’altra possibilità di nutrirsi di contenuti. Ma come tutte le diete costa qualche sacrificio, qualche rinuncia e soprattutto occorre andarsi a scegliere canali e strumenti che ci espongano ad una corretta informazione. Dipende da chi informa ma anche dal pubblico.

Da comunicatore, infine, credo che ci sia bisogno, oltre che del giornalismo che ti ho appena descritto, anche di una comunicazione costruttiva, etica e gentile, da portare ovunque: nelle scuole, nelle famiglie, in azienda. Di ambienti tossici, da bonificare, ce ne sono davvero tanti… 

Quest’anno si festeggiano i 100 anni della radio in Italia e i 70 anni della televisione. C’è una riscoperta della voce con la diffusione dei podcast e di app come Spotify, e la tv diventa social con il commento live dei programmi tv. Quale forma di comunicazione diventerà più in auge nei prossimi anni e in quale converrebbe specializzarsi?

Per me che sono un radiofonico della prima ora, nelle radio private degli anni ‘80 e con un trascorso importante in RDS Radio Dimensione Suono a fine anni ‘90, la valorizzazione della voce come strumento per comunicare, informare e dialogare con le macchine e con l’Intelligenza Artificiale non è una sorpresa. È la conferma di una forza e al tempo stesso di un’intimità che solo l’audio può fornire, con la sua enorme forza evocativa. Ed è un qualcosa che curiosamente dilaga e contagia anche le nuovissime generazioni, che amano i podcast e ne attingono a piene mani. 

RDS - Vito Verrastro

Più in generale, continuo a vedere una sorta di ibridazione di mezzi, strumenti, linguaggi e formati che mette al centro la comunicazione come “killer skill”, ovvero come competenza sempre più fondamentale: imparare a padroneggiarla nelle sue varie forme apre le porte ad opportunità notevoli, nella vita e nel lavoro. 

Come tutte le cose che possediamo naturalmente, “è impossibile non comunicare”, dovremmo però allenarla, e non darla per scontata. Anche perché una comunicazione efficace (o costruttiva, gentile) è quello che può venir fuori da noi rispetto ad un’elaborata consapevolezza legata ad emozioni, pensieri, credenze, suggestioni. Per comunicare meglio dobbiamo studiare e studiarci, attingendo alle grandi risorse dell’intelligenza emotiva, altra meta-competenza di grandissima importanza. 

Difficile dire quale sarà la forma di comunicazione che si svilupperà maggiormente. Certamente occorre allenarsi al dialogo uomo-macchina, e quindi saliranno le professioni come il prompt specialist o il prompt engineer, ma più in generale credo che ci sarà spazio per i professionisti della comunicazione a 360 gradi. E comunque, per essere bravi, sarà fondamentale sviluppare competenze trasversali come la creatività, il pensiero critico, la risoluzione dei problemi e la capacità di lavorare in team, e altre verticali come lo storytelling, la brand communication, la comunicazione interpersonale e, spero, la comunicazione costruttiva. 

Sei stato nominato tra gli “Ambasciatori DigitalEU” nella direzione generale delle Reti di comunicazione, dei contenuti e della tecnologia (Dg Connect) di Bruxelles, raccontaci di questo programma e della tua esperienza.

Da osservatore attento degli scenari del lavoro che cambiano, uno sguardo costante al digitale c’è sempre stato, anche perché ormai le tecnologie entrano e condizionano ogni aspetto della nostra vita. Per questa opera di osservazione e di divulgazione, la DG Connect di Bruxelles mi ha proposto di diventare uno dei Digital Ambassador europei, il network che riunisce giornalisti, redattori e influencer attivi nel settore delle tecnologie digitali. Ho accettato con grande entusiasmo per la possibilità di entrare in un gruppo che ha la possibilità di accedere a uno scambio diretto di materiali, informazioni e idee con il team di comunicazione e gli esperti della DG CNECT. Con molti di loro, al di là di webinar e caffè digitali, abbiamo la possibilità di incontrarci e conversare dal vivo, a Bruxelles, durante il raduno annuale che fa il punto sulle politiche europee in atto e ci permette di ragionare su percorsi, iniziative, idee singole o congiunte da attuare sui vari territori. 

Avendo come uno dei miei obiettivi quello del dialogo con i giovani, mi piacerebbe continuare a realizzare iniziative divulgative e formative sulle competenze digitali, sul digital mindset, sulla media education e sugli aspetti della comunicazione che prevedano l’uso di tecnologie. C’è davvero tanto da imparare e trasferire, e l’Unione europea è davvero preziosa per la sua opera di informazione e regolazione.

Basti pensare all’AI Act, la legge europea sull’Intelligenza Artificiale che disciplina lo sviluppo, l’immissione sul mercato e l’uso dei sistemi di IA in Ue. È la prima legge al mondo in questo settore e nasce nel bel mezzo del decennio digitale europeo, che definisce le ambizioni digitali sotto forma di obiettivi. Quelli principali possono essere riassunti in 4 punti:

  • una popolazione digitalmente qualificata e professionisti digitali altamente qualificati;
  •  infrastrutture digitali sicure e sostenibili;
  • trasformazione digitale delle imprese;
  • digitalizzazione dei servizi pubblici.

In Italia siamo un po’ in ritardo sul primo fronte, e questo gap andrebbe colmato attraverso l’orientamento e la formazione. Ma, da uno come me che è cresciuto con la cultura “zero alibi”, il messaggio che arriva è questo: ormai ognuno di noi ha infinite possibilità di formarsi, in Rete o dal vivo, anche gratuitamente, per cui è anche questione di volontà e di consapevolezza rispetto alla necessità di acquisire queste competenze.

Il lavoro non ce lo toglierà l’AI, ma altre persone che sapranno usare la tecnologia meglio di noi: l’orizzonte verso cui andiamo è quello, infatti, della collaborazione uomo-macchina e dobbiamo fare in modo che questo sodalizio sia etico e ci porti dei vantaggi, come quello di risparmiare tempo (proprio grazie alle macchine) da investire in formazione, miglioramento continuo, competenze relazionali e sociali.

Cervelli in fuga, “generazioni boomerang” ed i “consapevoli ritorni” come li definisci nel tuo omonimo libro, che dopo l’esperienza all’estero, tornano per dare il proprio contributo al Paese natio. Le emigrazioni sono un fenomeno storico e ciclico, una sorta dei corsi e ricorsi storici alla Gian Battista Vico. Il fenomeno migratorio come è cambiato tra ieri ed oggi? Perché le persone emigrano? Le motivazioni restano sempre le stesse?

La tematica è ampia, complessa, ha radici profonde ed articolazioni che meriterebbero molti approfondimenti. Oggi disponiamo di opzioni di scelta molto più ampie che in passato, per cui un giovane può decidere di approdare in un altro Paese già durante il ciclo di studi o subito dopo, con relativa facilità. I confini sono sempre più labili, si viaggia di più e con minori costi rispetto a quando ero più giovane io. Il problema inizia ad esserci quando questa opzione non è più una scelta ma una necessità: pensiamo alle migrazioni climatiche o a quelle economiche, che costringono milioni di persone a scappare da situazioni di vita impossibili. 

Ma anche all’Italia si continua ad emigrare senza soluzione di continuità. Si scappa per trovare opportunità e stipendi migliori, una maggiore meritocrazia, siamo sempre in fondo alle classifiche di settore, purtroppo. E quindi la narrazione dei “cervelli in fuga” si è amplificata negli ultimi anni, come se fosse l’unica opportunità per conseguire il successo. 

Nel 2017, quando ho iniziato a pensare al mio libro, come spesso faccio, ho provato a guardare il fenomeno da una diversa angolazione, chiedendomi se si potesse immaginare un percorso differente e più costruttivo. Ho iniziato ad analizzare casi di donne e uomini italiani che, dopo l’esperienza da expat, fossero volutamente rientrati dimostrando di poter vincere anche qui da noi. Ho incrociato la storia dell’astrofisica Alessandra Savaglio, l’ho contattata e da lì, spinto anche dal suo entusiasmo nel percorrere una prospettiva di questo tipo, ho pensato di creare una nuova geografica, quella dei “consapevoli ritorni”. Da lì è nato il libro “Generazione Boomerang”, scritto per Rubbettino Editore, con 19 storie di ritorno vincente, da Nord a Sud Italia, che hanno provato a sovvertire la narrazione della boomerang generation, fino a quel momento vista come quelli che, tentata la fuga, fallivano e dovevano tornare sconfitti, con la coda tra le gambe, magari a casa dei genitori.

I miei boomerang, invece, dimostrano che la traiettoria migliore oggi è proprio il brain drain, la circolazione dei cervelli: il che implica la contaminazione, con traiettorie che prevedono partenza, esperienza, acquisizione di un diverso punto di vista e di strumenti preziosi da inserire nella propria cassetta degli attrezzi, per poi tornare, molte volte per quel senso di giving back che consente di restituire qualcosa all’ambiente che ti ha formato, e che offre ai paesi si origine una bella contaminazione tra chi ha provato quelle esperienze e chi è rimasto. I boomerang che racconto nel libro edito da Rubbettino, del resto, non sono stanziali: continuano ad avere lo sguardo nel mondo, viaggiano, ma accettano la sfida di vivere questo loro “secondo tempo” dall’Italia, generando opportunità per loro e per tante altre persone. Mi piacerebbe che ognuno potesse avere la possibilità di andare e di tornare: avremmo un’Italia sicuramente differente.

Per farlo, però, occorrerebbero regole più certe e meritocratiche, obiettivo che purtroppo mi sembra ancora molto lontano. Nel libro faccio un focus sull’IIT di Genova, una realtà che attraverso standard di eccellenza, programmi di welfare avanzati e stipendi dimensionati al ruolo e alle competenze, ne richiama tanti, di scienziati e di ricercatori. Un bell’esempio, che andrebbe clonato e moltiplicato.

Il Career Coaching aziendale per valorizzare il talento, le performance e un ambiente lavorativo sano e motivante, potrebbe essere utile per evitare il quite quitting ed eventualmente la fuga dei cervelli?

Si, tutte le forme di aiuto e sostegno possono funzionare per valorizzare il talento; un career coach aziendale potrebbe aiutare i dipendenti a identificare i propri punti di forza e le aree di sviluppo, favorendone la crescita professionale e la motivazione, può permettere di sfruttare al meglio le potenzialità assegnando compiti e responsabilità in linea con le sue capacità e aspirazioni, può promuovere un clima lavorativo positivo in cui i dipendenti si sentano valorizzati e riconosciuti.

Da qui si avrebbe un miglioramento delle performance ma soprattutto una riduzione della demotivazione e disimpegno, che sono alla base del quiet quitting.

Quello che spesso manca nelle organizzazioni è il senso di appartenenza, e quando i dipendenti si sentono valorizzati e apprezzati è più probabile che si sentano parte di un team e che siano motivati a contribuire al successo dell’azienda. Questo può ridurre sia il quiet quitting che le dimissioni, negli ultimi anni in costante aumento (si parla già da un po’ di great resignation), dovute spesso proprio ad una mancanza di sentire comune con le organizzazioni.

Oltre al Career Coaching, le aziende possono lavorare sul fronte di stipendi e benefit competitivi, garantire un buon equilibrio tra vita lavorativa e privata, promuovere una cultura dell’ascolto e del feedback, offrire opportunità di formazione e sviluppo e tanto altro ancora, a beneficio dei propri collaboratori.

Il Recruiter e l’Orientatore: come differiscono queste due professioni e come possono collimare nel processo di selezione del personale?

Sono due profili molto differenti: l’orientatore è il professionista che opera alla base del processo di ricerca del lavoro, ma anche, se vogliamo, della ricerca di una dimensione personale più consapevole. Nel supportare le decisioni di una persona ha infatti il compito di ascoltare, far emergere valori, bisogni, punti di forza, competenze (anche quelle implicite o nascoste), durante tutto l’arco della vita. L’orientatore fornisce le basi anche per una narrazione più consapevole ed efficace, illustra i cambiamenti del mercato, li incrocia con le attitudini dell’orientato e infine co-disegna con lui/lei un piano di azione per il lavoro, utilizzando strumenti classici come CV e lettera di presentazione, o alternativi come le strategie di personal branding e di produzione di contenuti. Tutto ciò pone l’orientato ad essere più solido nel momento in cui, inviato un CV efficace e ricevuta la risposta positiva dall’azienda, dovrà affrontare il colloquio, che si terrà di fronte ad un recruiter. Se il recruiter fa il gioco dell’azienda, l’orientatore deve mettere anima e cuore per far arrivare l’orientato nella condizione migliore per giocarsi quella partita. Se il colloquio dura poco e ci si gioca tutto in pochi minuti, il processo di orientamento (può essere anche un auto-orientamento) è invece lungo e articolato: chi gioca d’anticipo ha maggiori possibilità di farcela.

Il PNRR supporta gli ITS, in particolare i corsi di sicurezza digitale, transizione ecologica e infrastrutture per la mobilità sostenibile. Come possono essere una nuova leva di formazione ad alta professionalità?

Gli ITS sono la vera risposta ai fabbisogni del mercato del lavoro italiano, che chiede tecnici di alta specializzazione ma non ne trova. Il placement di chi esce da questi percorsi è altissimo in quanto le aziende, che sono parte attiva delle Fondazioni ITS, richiedono agli Istituti di formare figure professionali di cui hanno bisogno, e quindi vanno a raccogliere i frutti dal “vivaio”, creato su misura, i professionisti che occorrono per irrobustire la loro competitività. Peccato che questa innovazione, così recente, non sia ancora decollata nei numeri e nell’interesse che i giovani e le famiglie dovrebbero avere, come alternativa efficace all’Università se si cerca una strada più breve per accedere al mondo del lavoro. Spero che l’azione di promo-comunicazione degli ITS , così come la loro diffusione, si amplifichi nei prossimi anni; l’Italia ne ha davvero bisogno.

L’Intelligenza Artificiale come cambierà le professioni e il panorama lavorativo dei prossimi anni? L’IA può aiutare a simulare colloqui di lavoro e nello stesso aiutare nel recruiting?

L’Intelligenza Artificiale, che è ormai una utility e quindi si inserisce trasversalmente in tutti i processi aziendali, in base a stime elaborate da uno studio del Fondo Monetario Internazionale influenzerà quasi il 40% dei posti di lavoro in tutto il mondo, sostituendone alcuni e integrandone altri. È un’enorme rivoluzione, i cui effetti li scopriremo solo fra qualche anno, e ci riguarda un po’ tutti: ecco perché la dovremmo osservare con curiosità e interesse, più che con paura.  

Essendoci ormai un’AI per tutto, anche i processi di recruiting ne sono influenzati. La società di ricerche di mercato Gartner stima che oggi “tra il 20% e il 50% delle organizzazioni a livello globale utilizzino l’IA in una parte del processo di assunzione”, con percentuali destinate ad aumentare via via che l’Intelligenza Artificiale migliora in qualità e affidabilità e le aziende si sentono più a proprio agio nell’utilizzarla. Occorrerà lavorare sul tema etico e sull’eliminazione di quei bias (o pregiudizi) che le macchine possono avere in funzione di come vengono istruite, ma sono certo che in un prossimo futuro i colloqui avverranno in forma completamente diversa da oggi. Qualche esempio? Profilando la personalità del candidato utilizzando i social media, assegnando un “punteggio di credito” per le competenze in base al testo messo online dai candidati, o testando virtualmente le prestazioni lavorative attraverso la realtà virtuale.

I social ed il web possono essere usati nella ricerca proficua del lavoro? E il networking è utile?

È innegabile come oggi le nostre attività rispetto alla ricerca del lavoro siano enormemente potenziate da social network e web, a condizione che sia una ricerca attiva e che, alla base, abbia dei pilastri solidi attraverso cui mostrarsi, conversare, stringere relazioni. Voglio dire che alla base occorre sempre avere autenticità, competenze, voglia di dare (prima che di ricevere), per poi magari creare un’immagine professionale online che sia di valore e che possa aiutarti nella ricerca di opportunità.

LinkedIn è la piattaforma più indicata da questo punto di vista per seguire le aziende che ti interessano, rimanere aggiornato sulle loro posizioni aperte, sulla loro cultura aziendale e su eventuali eventi a cui puoi partecipare, oltre che per contattare qualcuno che già ci lavora o direttamente il responsabile delle risorse umane. Un atteggiamento proattivo, se manifestato con i giusti modi, è sempre apprezzato. 

Siti web aziendali, portali per la ricerca del lavoro e newsletter sono altri strumenti molto utili da frequentare; tuttavia, le maggiori opportunità di lavoro in Italia, sebbene in pochi conoscano questo dato, nascono dalle relazioni. Ecco perché il networking diventa fondamentale per partecipare alle conversazioni online, condividere contenuti interessanti e interagire con altri professionisti del tuo settore. Questo aiuterà a costruire una rete di contatti che potrebbe esserti utile in futuro, così come partecipare a eventi di settore, contattare direttamente le aziende, frequentare corsi e workshop in cui conoscere persone e ampliare la tua rete di contatti. Altra opportunità per generare relazioni è offrirsi come volontari: fare volontariato è un ottimo modo per acquisire nuove esperienze, sviluppare nuove competenze e conoscere persone nuove.

Quali sono i segreti per un CV vincente e memorabile per ogni livello e professione?

Leggo, mi aggiorno e studio le tendenze in tema di CV, pur non essendo un amante di questo strumento. Da freelance, mi piace più “attirare” che cercare lavoro come fanno un po’ tutti, e quindi il mio CV diventa spesso l’ultimo passaggio (solo formale) di una catena di valore che parte dalla generazione di valore, di contenuti, di contatti, e di utilità per le persone. Tuttavia, per quello che osservo, cresce sempre più la voglia dei recruiter e degli imprenditori di investire sulle persone, prima ancora che sui professionisti. Questo si spiega in quanto le competenze tecniche sono a rapidissima obsolescenza, mentre quelle umane e trasversali si rivelano come i nostri veri superpoteri, quelli che fanno la differenza.

Dove andare dunque ad evidenziare queste doti umane, nel CV?

  • Nella presentazione di chi siamo, da inserire in testa al curriculum, per far percepire qualcosa che stuzzichi il recruiter e che gli faccia comprendere le nostre doti e, magari, anche la nostra proiezione al futuro.
  • Nella sezione hobby e interessi: lì si nascondono le nostre passioni, le nostre propensioni, la nostra spinta motivazionale. Far emergere tutto questo racconterà molto di noi, al di là di ciò che abbiamo fatto in termini di studio e di lavoro.

Sebbene siano spazi molto compressi, consiglio sempre di curarli molto, e magari di espandere questa narrazione in altri strumenti come le lettere di presentazione, ma anche, e soprattutto, contenuti da generare, on e off line. Sono questi contenuti, insieme ad azioni coerenti, che fanno elevare il nostro brand.  

L’ufficio stampa e la comunicazione istituzionale come cambiano con le nuove tecnologie per favorire il diritto all’informazione e alla cittadinanza digitale?

Ho iniziato a fare comunicazione istituzionale nel 2001, quando le rassegne stampa si facevano ritagliando e incollando le notizie dei quotidiani. Un’era preistorica, se pensiamo ad oggi. Dico questo perché ho osservato con attenzione l’evoluzione maturata grazie all’impatto delle nuove tecnologie, che ha rivoluzionato il panorama dell’ufficio stampa e della comunicazione istituzionale, creando nuove sfide e opportunità per favorire il diritto all’informazione e la cittadinanza digitale. In sintesi, direi che oggi abbiamo canali di comunicazione più ampi e diversificati, grazie soprattutto alla Rete e ai social che sono diventati strumenti essenziali per raggiungere un pubblico più ampio e poter interagire direttamente con i cittadini.


Siti web istituzionali e blog offrono spazi per pubblicare contenuti informativi e approfondimenti su temi di interesse pubblico, mentre le newsletter ci consentono di inviare comunicazioni mirate a specifici segmenti di pubblico. App istituzionali infine permettono di accedere a informazioni e servizi in modo rapido e intuitivo.

Tutto ciò permette di diffondere informazioni in tempo reale, aumentando la tempestività e la trasparenza della comunicazione istituzionale. La possibilità di interagire direttamente con i cittadini sui social media e attraverso altri canali online favorisce un dialogo più aperto e bidirezionale, mentre l’accesso a dati e informazioni in formato aperto aumenta la trasparenza dell’operato delle pubbliche amministrazioni. Di conseguenza i cittadini sono più informati e attivi, più consapevoli dei propri diritti e più propensi a partecipare attivamente alla vita pubblica.

Le sfide e le opportunità riguardano semmai un eccesso di informazioni (e di disinformazione), in quanto sta diventando difficile distinguere le fonti attendibili da quelle non attendibili, e l’Intelligenza Artificiale rischia di ampliare questa forbice. Da qui c’è la necessità di agire sulla media education, a partire dai ragazzi, e anche su divario digitale, in quanto non tutti hanno accesso alle nuove tecnologie e alle competenze necessarie per utilizzarle al meglio. La sfida dei professionisti è elevare e acquisire le competenze per utilizzare al meglio le nuove tecnologie e favorire il diritto all’informazione e la cittadinanza digitale.

Come? Producendo contenuti di alta qualità e facilmente fruibili, utilizzando un linguaggio chiaro e comprensibile a tutti, promuovendo l’alfabetizzazione digitale e l’educazione ai media, collaborando con i cittadini e le organizzazioni della società civile, restando aperti al dialogo e al confronto.

Qualche consiglio per capire la propria strada, per un’autovalutazione delle proprie competenze e skill per intraprendere la propria carriera o cambiare il proprio percorso professionale…

Altra domanda molto complessa, per la vastità dei temi che apre intorno alla consapevolezza, elemento-chiave per poter realizzare scelte non superficiali. È un viaggio di scoperta continuo, che non finisce mai e che si nutre di un’attenta gestione emotiva per non essere travolti da incertezza, complessità e trappole che si attivano sia nel nostro cervello che nel percorso esterno a noi. Potrei parlarne per ore, come faccio nei corsi di orientamento e di formazione, perché è un tema che mi appassiona e mi impegna ogni giorno, ancora oggi.

Il primo consiglio è osservare, ascoltare, avere un doppio sguardo costante: dentro di sé e al mercato del lavoro, per capire cosa sta cambiando e come possiamo cogliere le opportunità. Dopo aver eliminato lamentele, procrastinazioni e quella “scusite” di cui spesso siamo portatori insani, possiamo decidere di accettare gli errori come fasi necessarie per migliorare e rimboccarci le maniche per sottoporci ad un’autovalutazione costante che, come disco spesso ai miei allievi, magari ci farà risparmiare diverse centinaia di euro di psicologi e psicoterapeuti. Dovremo farci però tantissime domande e andare in profondità; sarà un viaggio molto faticoso.

La base è riflettere sui tuoi valori, interessi e passioni: cosa ti motiva? Cosa ti piace fare? Cosa ti fa sentire realizzato? Identificare le tue competenze e abilità significa rispondere a: In cosa sei bravo? Quali sono le tue conoscenze e competenze? Quali sono le tue esperienze lavorative e formative?

Analizzare i tuoi punti di forza e di debolezza è la risposta a: Cosa sai fare bene? Cosa potresti migliorare?

In più, affacciandoti al futuro, potresti chiedere: Come immagini la tua vita ideale? Cosa vuoi ottenere dalla tua vita professionale? A che tipo di lavoro aspiri?

Infine fai un bilancio delle tue esperienze: Quali sono state le tue esperienze nella vita, a scuola, nel volontariato, nel lavoro? Cosa ti hanno lasciato? Quali sono state le lezioni apprese?

E infine: Come puoi essere utile agli altri?

Una volta avuto un quadro complessivo di te, puoi esplorare diverse opzioni di carriera, magari facendo ricerche su diversi settori lavorativi e professioni che potrebbero interessarti. Puoi parlare con persone che lavorano in settori che ti interessano chiedendo informazioni sulle loro esperienze, sulle loro competenze e sulle loro aspettative. Puoi partecipare a eventi di orientamento professionale (on e offline) che possono aiutarti a capire meglio te stesso e a orientarti nel mondo del lavoro, e utilizzare le infinite risorse online che offrono informazioni e consigli per la ricerca del lavoro e l’orientamento professionale.

Non basta, ovviamente: occorre anche sperimentare, sperimentarsi, agire. Iniziando magari con il volontariato o con uno stage, ottimi modi per acquisire esperienza in un nuovo settore e per mettere alla prova le tue competenze. Seguendo corsi di formazione e aggiornamento imparerai nuove competenze che potrebbero esserti utili per il tuo nuovo percorso professionale.

Fare colloqui informativi è un altro modo per allenarti, oltre che per conoscere meglio un’azienda o un settore professionale senza impegno. Sai che da lì potranno arrivare delle porte in faccia, mettilo in conto. Meglio provarci che restare fermi, ogni esperienza aiuterà.

Inoltre, in un’era così magmatica, in cui le crisi si susseguono e le certezze si sgretolano, invece di puntare sugli altri, perché non mettere una fiche su noi stessi? Qui parla il freelance e il microimprenditore che c’è in me, e che nasce quando, da un mese all’altro, dall’avere un bel contratto con una tv, mi ritrovai in mezzo ad una strada. giurai a me stesso che non avrei mai più messo la mia vita in mano ad una sola persona o organizzazione. Quel patto con me stesso, unito ad una mentalità imprenditoriale, mi ha permesso di crescere moltissimo e di avere un successo che oggi non quantifico solo con le risorse economiche che mi permettono di vivere bene, ma soprattutto con la soddisfazione di aver creato dei percorsi professionali senza dover ricorrere a scorciatoie, raccomandazioni o altre dinamiche tossiche che vediamo in Italia (e soprattutto al Sud). Essere libero, fuori dalla scacchiera, è il mio risultato più bello, ed è quello che trasmetto ogni giorno ai miei figli e ai ragazzi che incontro in scuole, Università, centri giovanili.

Infine, un ultimo consiglio, perché spesso questa azione di autoanalisi può rivelarsi troppo impegnativa per farla in autonomia. Parla con un consulente professionale: un orientatore può aiutarti a fare il punto della situazione e a definire i tuoi obiettivi di carriera. Cerca il supporto di amici e familiari: le persone che ti conoscono bene possono darti consigli e aiutarti a prendere decisioni importanti. Valuta ogni feedback come un pezzo del tesoro da raggiungere.

Non mollare: trovare la propria strada professionale può richiedere tempo e impegno.

Non scoraggiarti se non ottieni subito i risultati che speri. E ricorda che non esiste una formula magica per raggiungere le risposte che cerchi. L’importante è essere curiosi, aperti e disposti a mettersi in gioco. In tempi così difficili, o dimezzi le aspettative o raddoppi il coraggio. Se hai letto questa intervista, sai bene in che posizione mi colloco. L’aforisma che ho tatuato dentro di me è quello Gandhiano che recita: “La vita non è aspettare che passi la tempesta, ma imparare a ballare sotto la pioggia”. Buon futuro a tutti!

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