La Social Entrepreneurship (parte 2)

La Social Entrepreneurship (parte 2)

Dopo essermi soffermata, giovedì scorso, sul concetto di social enterpreneur, prendo ora in considerazione quello della social entrepreneuship che è apparso nella letteratura accademica nel 1991 e la maggior parte di essa si è concentrata sulle definizioni. Un articolo del 2010 di Peter Dacin, Tina Dacin e Margaret Matear prevedeva ben 37 definizioni. Ma dall’analisi della letteratura sostanzialmente emerge la messa in rilievo della missione sociale dell’imprenditorialità sociale che ha l’obiettivo di: 

  • affrontare ed alleviare significativi problemi e bisogni sociali (Light, Mair e Marti, Korosec e Berman);
  • generare un cambiamento sociale (Mair e Marti);
  • alleviare le sofferenze di uno specifico gruppo di persone (Martin e Osberg);
  • generare un beneficio per la società ed in particolar modo verso le persone marginalizzate e i poveri (Schwab Foundation);
  • creare e distribuire nuovo valore sociale (Peredo e McLean, Perrini e Vurro).

Tutte le definizioni concordano nel considerare l’imprenditorialità sociale come un mezzo per alleviare i problemi sociali ed incrementare il benessere della collettività. Inoltre, le definizioni pongono in evidenza come la missione sociale sia orientata verso due macro categorie di beneficiari:

  • la collettività in generale;
  • specifici gruppi di soggetti che vivono una situazione di disagio sociale come i poveri, i disabili, ecc. (Grieco, Iasevoli, Michelini, 2012).

La social entrepreneurship o imprenditorialità sociale è percepita quindi da più parti come un nuovo modo di affrontare le criticità e le disparità sociali, facendo ricorso a modelli di tipo imprenditoriale ed ha suscitato un crescente interesse tra gli studiosi. Seguendo tale filone sono infatti nate numerose iniziative imprenditoriali che si pongono l’obiettivo di massimizzare l’outcome sociale fornendo servizi alla comunità, ma protendono anche alla profittabilità e all’innovazione, caratteristiche tipicamente associate all’imprenditoria tradizionale. Inoltre, il dibattito sulla social enterpreneurship si è acceso ulteriormente con il superamento dei sistemi tradizionali di welfare che ha determinato le spinte verso l’innovazione sociale e le istanze verso una maggiore efficacia ed efficienza economica del terzo settore.

Nonostante l’interesse sempre maggiore verso questo innovativo settore, l’eterogeneità delle esperienze e la varietà degli scenari in cui esse si sviluppano non permettono di giungere ad una definizione univoca e condivisa di imprenditorialità sociale. Alcuni autori si sono focalizzati sulla necessità per il terzo settore di orientarsi verso modelli di gestione manageriali, in grado di garantirgli l’auto-sostenibilità, altri hanno individuato nella produzione del capitale sociale il focus della social entrepreneurship. Sostanzialmente, le prospettive prevalenti sono due: una prospettiva ristretta, focalizzata sul terzo settore e sulle organizzazioni non profit, e una prospettiva estesa, che, al di là dal settore di riferimento e dalla forma giuridico-organizzativa, si concentra sul contenuto imprenditoriale dell’attività intrapresa in uno specifico contesto sociale (Perrini 2007).

Secondo la prospettiva ristretta la social entrepreneurship trasferisce modalità gestionali tipiche dell’impresa profit agli organismi del terzo settore con lo scopo di migliorarne l’efficacia e l’efficienza. Da questo punto di vista sono riconducibili alla social entrepreneurship tutte le organizzazioni del terzo settore che, pur mantenendo la propria natura non profit, intraprendono attività tipiche dell’impresa profit con la finalità di integrare le entrate e sostenere l’attività core. In questa prospettiva la social entrepreneurship viene vista come una risposta strategica ai cambiamenti che ci sono stati nel sistema del welfare, che hanno spinto gli organismi non profit a reinventare i propri modelli gestionali giungendo a nuove formule organizzative, che mixano  modelli profit e non profit.

In particolare, questa visione di social entrepreneurship fa riferimento a organismi che si articolano in associazioni (riconosciute e non riconosciute), enti di promozione sociale, cooperative sociali, cooperative mutualistiche, fondazioni, comitati, patronati, organizzazioni non governative (ONG), pro-loco ecc. (Fiorentini, 2014). Secondo i sostenitori di questa visione la social entrepreneurship può rappresentare il presupposto per:

  • uno sviluppo socio-economico più sostenibile;
  • la creazione della filiera dei sistemi territoriali locali;
  • il superamento della visione socio-assistenziale del welfare e il perseguimento di fini sociali attraverso diverse attività economiche e sociali;
  • la gestione dei beni comuni.

Secondo la prospettiva allargata la social entrepreneurship è in grado di generare un cambiamento sociale attraverso l’integrazione di imprenditorialità e innovazione nell’attività intrapresa anche da parte di organizzazioni non riconducibili al terzo settore, ma con una missione sociale preponderante. Da questo punto di vista la social entrepreneurship è riconducibile a organizzazioni che pur condividendo con le imprese tradizionali la natura imprenditoriale, si differenziano da esse per l’orientamento verso la creazione di valore sociale, laddove le imprese tradizionali si concentrano invece sulla esclusiva creazione di valore economico. In altre parole, le finalità di massimizzazione del profitto e di creazione di ricchezza nel tempo che si riconduce alle imprese tradizionali, diventano il mezzo attraverso cui gli imprenditori sociali intendono soddisfare i bisogni sociali.

In generale, la finalizzazione dell’impresa profit verso obiettivi di creazione di valore sociale può essere declinata (Fiorentini, 2013):

  • miglioramento dell’assetto sociale interno all’impresa profit, con una logica di valorizzazione del capitale umano;
  • opportunità di business, secondo una logica che vede i prodotti e i servizi dell’impresa come risposta ai bisogni sociali;
  • responsabilità sociale, con una logica di “giving back” nei confronti della comunità, che intende restituire a essa le esternalità positive di tipo sociale.

Quindi la social entrepreneurship è un concetto trasversale in quanto interessa sia le organizzazioni non profit che le imprese profit e intende accostare ed armonizzare finalità economiche con finalità sociali, generando così valore economico e benefici sociali. In quest’ottica, una nuova impresa che nasce col presupposto di colmare una criticità o una disparità sociale, nel generare valore economico, riesce a produrre anche valore sociale. È in grado così di risolvere o attenuare i problemi sociali, migliorando le condizioni sociali collettive e promuovendo un esteso cambiamento sociale.

Ti aspetto per la terza parte!

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