Federico Pacini e lo storytelling fotografico di Santa Maria della Scala

Federico Pacini e lo storytelling fotografico di Santa Maria della Scala

Da booklover e appassionata di fotografia, anni or sono rimasi letteralmente folgorata dal libro di Lalla Romano “Nuovo romanzo di figure”, novità all’interno del panorama letterario italiano, nel quale il racconto è fatto attraverso le foto, scattate dal padre dell’autrice, ed accompagnate da didascalie che rivelano destini e intrecciano tempi diversi.

Ma quest’oggi facciamo tappa a Santa Maria della Scala, attraverso il racconto per immagini che il fotografo Federico Pacini dedica proprio a “Santa Maria della Scala. Uno storytelling fotografico inusuale che mette in luce l’esplorazione degli ambienti e delle stanze in “degrado”, tempi stratificati che si addensano negli spazi, dettagli impensabili e a volte inspiegabili.

Storytelling fotografico

Un suggestivo viaggio fotografico lontano dalle consuete immagini patinate e da cartolina tipiche della Toscana e in particolare del centro di Siena, dove si colloca il complesso di Santa Maria della Scala, ma Pacini racconta proprio il non visibile per eccellenza: una prospettiva che non emerge mai, un qualcosa che sfugge ai più ma solo un occhio attento e appassionato alla sua città può catturare e darne valore. Inoltre, ancor più potente è di saper immortalare un passato che si intravede, fa capolino in questi ampi spazi, un presente in divenire: al di là delle mura e dei calcinacci e delle travi che scricchiolano e dell’intonaco che cade, c’è l’imminente possibilità al cambiamento e alla rinascita.

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Il libro fotografico Santa Maria della Scala si compone di 59 foto rettangolari disposte nelle pagine in modo alternato, sfasato, e in esse prevalgono giochi di geometrie, “un architettura in un’architettura” come dice Roberto Maggiori nell’introduzione esplicativa ed illuminante, ed ancora “schermi rettangolari attraverso cui si simula l’esperienza della “realtà””. E non a caso sempre Maggiori parla di prospettiva “post rinascimentale”. Infatti Pacini non è alla ricerca della bellezza, ed il progenitore dello schermo è la finestra prospettica di Leon Battista Alberti di cui parla nel suo trattato “De Pictura”: l’immagine è ridotta a un solo punto di vista ed esiste nello spazio fisico e agisce nello spazio della rappresentazione.
Inoltre, la prima edizione del libro è stato pubblicata nel 2015 dalla Editrice Quinlan della prestigiosa rivista internazionale “Around Photography”.

Santa Maria della Scala e Federico Pacini

Quando sono state scattate le foto, Santa Maria della Scala si trova in un momento di transizione tra il progetto iniziale in cui era un ospedale, luogo più antico dell’Occidente, ed in attesa di una completa riqualificazione già in parte effettuata. Infatti metà dell’edificio era stata già recuperata ed adibita a polo museale che ospita collezioni di arte antica e moderna. E Pacini riesce con il suo obiettivo a dare vita pulsante alle macerie e rovine di questa metà di edificio, ancora senza un’identità precisa.

Si alternano finestre murate, finestre da cui si vede la “bellezza” (il Duomo di Siena), sedie vuote e sedie di design in acciaio tubolare cromato e seduta e schienale in ecopelle, scrivanie con vecchi apparecchi o con bottiglietta d’acqua minerale abbandonata o inondate di raccoglitori sparsi, intonaco cadente, umidità ai soffitti, crepe, vetri rotti, porte sventrate, tubi in bella mostra.

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Ed ancora sono stati catturati e immortalati: un cruciverba abbandonato sul pavimento, vecchi monitor di computer, la targhetta AVO (Associazione Volontari Ospedalieri), casse in legno con le scritte “Fragile” e “With care”, teiera arrugginita e pezzi superstiti di ceramiche rotte che si contrappongono a gigantografie del mondo cinematografico e dello star system, ad un poster di una squadra di calcio, ed ancora a bozzetti, disegni di progetti architettonici, cronoprogrammi, affreschi quattrocenteschi senesi, antiche statue e tele coperte da cellofan accantonate vicino alla biglietteria in legno.
Di particolare potenza è la foto che rappresenta un teschio a metà posato su alcuni fogli scritti a mano su un davanzale di una finestra.

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Tanti dunque i dettagli che catturano e a volte “sconvolgono”, in queste fotografie di Santa Maria della Scala di Federico Pacini e che rappresentano il punctum come lo definisce Roland Barthes ne “La Camera Chiara”, la ferita da puntura, che rinvia all’idea di punteggiatura: “a causa dell’impronta di qualcosa, la foto non è più una foto qualunque”, che si va a contrapporre allo studium che “appartiene all’ordine del to like, e non del to love”.

Conclusioni

Quindi quale legame c’è tra scrittura e fotografia? Se da un lato si può raccontare per immagini o partendo da immagini, dall’altro le immagini stesse possono avere valenza di scrittura e possono essere “lette” e come sosteneva Lalla Romano “anche la fotografia è scrittura”. Ma ritornando al libro “Santa Maria della Scala”, quello di Federico Pacini è uno storytelling molto particolare che ha la capacità di catturare ed immortalare ciò che si trasforma, mescolando passato, presente e futuro prossimo. Transizioni, dunque, che mostrano il tempo che scorre e che mescolano usi diversi verso una nuova identità.

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